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Mangiacassette di musica


di Lorenzo Cavalca

Mangiacassette (ovvero Lorenzo Maffucci)

Mangiacassette (ovvero Lorenzo Maffucci) a Pisa il 23 novembre

Il Leningrad ospita il 23 novembre il concerto (gratuito) di Mangiacassette, monicker dietro il quale si cela Lorenzo Maffucci bassista dei boogie-rocker psichedelici Baby Blue (2 album e una miriade di live all’attivo). Il concerto pisano cade a ridosso dell’uscita (21 novembre) del primo album targato Mangiacassette: “Mondo interno” (Trovarobato). È  un disco dal sound crudo, difficilmente classificabile nonostante melodie e ritmiche punk-rock e “noiseggianti” ma indelebilmente segnato dai testi di Maffucci che riducano a brandelli la percenzione finta ovattata della realtà e la fanno vedere per quello che è: un mondo duro nel quale si è spesso a disagio. È un disco molto  promettente, e il concerto di Pisa è la migliore occasione per chiedere a Maffucci lumi sulla sua opera e sulla sua direzione musicale.

 

Hai scritto, realizzato e prodotto “Disco Interno” da solo: voce, chitarra, sporadiche batterie qualche effetto per genuinissimo disco di anarchia compositiva d’autore dall’approccio lo-fi . Avevi qualche riferimento musicale (un album, un artista una band) durante il lavoro di registrazione e composizione o tutto è fluito così, in modo naturale?
«Un complesso di cose ha fatto sì che questo disco fosse così com’è. Mi sono occupato da solo di scrittura, arrangiamenti e registrazione. Sentivo che non sarei mai stato in grado di fare diversamente: la prima fase è durata anni di sedimentazione, rovelli, angoscie, adolescenza fortunata investita tra benessere, senso di colpa, perdita di tempo, educazione lenta. Le altre due fasi sono state il risultato di un’accelerazione, per rispondere alla fiducia incondizionata accordatami da Trovarobato (che saluto ringrazio e abbraccio). Mano a mano che questo progretto andava avanti mi sono cominciato a porre la seguente domanda “Quale forma e quale contenuto vogliamo consegnare a queste canzoni?”. La persona che forse più di ogni altra mi ha aiutato a dare una risposta, sebbene parziale, a certe questioni che ancora non avevo avuto la costanza di affrontare, è stato Rocco Marchi (basso e chitarra dei Mariposa NDR) che con Francesca Baccolini (insieme suonano negli Hobocombo) ha risolto con passione e voglia la missione di dare corpo e spazialità alle registrazioni che avevo messo insieme nottetempo su un multitraccia a cassetta. Rocco e Francesca ci hanno messo amore, mani e orecchie. Per quanto riguarda i riferimenti, un disco straordinario, rispetto alla rilevanza delle canzoni siamo chiaramente in un’altra galassia, è “Bee Thousand” dei Guided By Voices (storica band americana di indie rock/lo-fi, NDR), a cui mi ha introdotto tanto tempo fa il mio amico Andrea Giraldi. La prima volta che lo ascoltai in cassetta, non capivo che cosa ci fosse di strano. Se tutta la musica di cui ti circondi risuona nello stesso modo e con la stessa naturalezza, non esiste distinzione tra lo-fi e hi-fi.»

L’album è difficilmente etichettabile al di à di riferimenti musicali punk/folk e alle liriche cantautorali (nel senso buono del termine). Scoprire chi sono i tuoi artisti preferiti può aiutare a dare delle coordinate stilistiche a “Disco interno”?
«Mi rendo conto, a posteriori, che i miei artisti di formazione non trovano in realtà uno specchio immediato nel tentativo di scrittura e, quindi, nell’ascolto. Sonic Youth, Spiritualized, Lisa Germano, Beck, Radiohead, Joan of Arc, Sparklehorse, Syd Barrett e i King Crimson non si sentono (forse) ma ci sono. Ho avuto una formazione musicale piuttosto disarticolata. Un po’ me ne pento e un po’ no.»

Ho letto che gran parte dell’album fa riferimento a un periodo preciso, quello in cui ci si rende conto che i giochi sono già fatti. Puoi spiegarci
più nel dettaglio quello che intendi?
«La mutazione a cui siamo sottoposti è rapidissima e, nella maggior parte dei casi, inesorabile. Questo processo è tanto più evidente in alcuni momenti della crescita di una persona. I compagni di classe diventano mostri, i marginali si guadagnano pian piano una collocazione sempre più prossima al centro, i bambini diventano adulti, gli adulti diventano spesso adulti riprovevoli, gli adolescenti che non riescono a difendersi cadono in trappola e difficilmente fanno qualcosa per divincolarsi. Con gli altri cerco di fare la strada insieme. Ciascuno poi sceglie i propri strumenti di sintesi, i linguaggi che sente di poter parlare con più fluidità, e in questo caso ho scelto le canzonette.»

Un certo disagio, inadeguatezza, sogni infranti sono alcune dei temi dei testi. Quanto c’è di autobiografico nelle liriche e quanto invece
rappresenta una “semplice” interpretazione di fatti e della realtà esterna. Il nome del disco è una dichiarazione di intenti, quella di
raccontare il proprio turbinio interiore?
«Di autobiografico c’è tutto. E in questo senso la risposta alla seconda parte della domanda potrebbe essere “sì”. Come quasi tutte le persone della mia generazione ho avuto esperienza diretta dei problemi “diluiti” qua e là nel disco. Invece di risolverli direttamente, ho pensato di costruirci addosso della musica, sperando segretamente che ciò potesse contribuire a trovare la loro soluzione.»

C’è un motivo dietro la scelta del nome d’arte Mangiacassette?
«Non mi ricordo esattamente in che momento ho deciso di immaginarmi un filone di canzoni sotto questo nome. A posteriori direi che non può essere casuale il riferimento al dispositivo mangiacassette: a un aggeggio che riproduce i contenuti incisi su un nastro magnetico, che ho posseduto durante la mia infanzia e che ha definito il mio contesto sonoro e musicale. Mi entusiasmano ancora l’accesso sequenziale, la perdita di definizione, la deperibilità, l’avvolgimento. Continuo a sperare che in quelle vecchie cassette sia sempre possibile rinvenire qualche fantasma. Ogni tanto cerco di capire se “Zeichnungen des Patienten O.T.” (secondo album dei Einstürzende Neubauten pionieri del noise-industrial rock NDR) primo CD che ho copiato nel 1999, funziona ancora o se lo strato di ftalocianina ha cominciato a distaccarsi.»

Come sei venuto in contatto con Trovarobato (etichetta di Mariposa, Iosonouncane, Baby Blue)?
«Sono un estimatore dei Mariposa e degli artisti dell’etichetta. Lo scorso anno i Baby Blue, che conoscevo e che amavo incondizionatamente da tempo, e con cui avevo avuto la fortuna di condividere idee e istinto trovando perfette corrispondenze, mi hanno proposto di entrare a far parte della band. La cosa è stata decisiva. Abbiamo fatto un bel po’ di concerti nell’ultimo anno, e suonare con loro ha innescato un’impennata di relazioni che ha fatto sì che nascesse la relazione Mangiacassette-Trovarobato. Devo dire che, per tutti i motivi sopra descritti, mi ritengo quindi estremamente fortunato e privilegiato

Promuoverai il disco con una serie di date compatibilmente con gli impegni dei Baby Blue?
«Certo! Ho cominciato da un paio di settimane un tour in solitario, e proseguirò durante l’inverno. Coi Baby Blue stiamo scrivendo
brani per un nuovo disco che potrebbe uscire l’anno prossimo. Per questo autunno dunque siamo fermi sul fronte live essendo impegnati in sala prove. Da gennaio dovremmo riprendere a suonare e senza dubbio non mancheranno date insieme a Mangiacassette.»

Mangiacassette – 23 novembre (ore 22:00) Leningrad (via Silvestri 5)

 

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