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L’altro Carboni a Pisa


di Lorenzo Cavalca

Andrea Carboni

Andrea Carboni

Andrea Carboni musicista e cantante italiano-svizzero torna nella sua città, Pisa, con un concerto al Leocaffé il 17 giugno. Lo abbiamo incontrato e questo è quello che ci ha raccontato.

Sei nato a Pisa poi ti sei trasferito a Ginevra. Sei poi ritornato nella città della Torre e trasferirti ancora in Svizzera. Ti senti più pisano e ginevrino? E soprattutto quanto il fatto di aver conosciuto un’altra cultura, oltre a quella italiana, ha aperto le tue vedute e contribuito a “connotare” la tua musica?
«Mi sento un Pisano dalle vedute aperte. Ginevra mi ha aiutato a fortificare la sensazione di far parte di un Paese, l’Italia, che ho sentito molto più forte lontano da qui. Riguardo alla musica, penso che la Svizzera abbia avuto un effetto subliminale. Dovendo rispondere su due piedi direi che ha contribuito a inquadrare la mia persona e il mio percorso solista, a darmi l’esperienza e anche qualche piccola soddisfazione. A pensarci bene però, sia l’EP L’Amore Manifesto sia l’album La Terapia Dei Sogni hanno visto le loro prime stesure proprio in Svizzera… probabilmente un motivo ci sarà.»

Dopo l’EP l’Amore Manifesto nel 2006, hai pubblicato infatti La Terapia dei sogni nel 2010. Come mai è trascorso tanto tempo tra il mini e il full-lenght? Sei stato coinvolto in altri progetti musicali-artistici?
«In realtà no. L’EP è uscito un po’ per gioco. Stavo iniziando a comporre brani e ho deciso di inciderne tre per vedere cosa sarebbe successo. In generale non ho mai fretta di comporre e negli anni che sono seguiti all’uscita dell’EP ho vissuto a Ginevra e ho finito gli studi (sono laureato specialistico in informatica). È stato un bel periodo, ho suonato molto live e ho preso coscienza di come questa dimensione solista mi appartenesse veramente. Il resto è venuto da sé.»

La data pisana fa pare di un nuovo tour italiano? Suonerai con i musicisti che ti hanno aiutato in studio (Alessandro Baris alla batteria, Andrea Cattani (viola e violino) ed Elisa Pieschi (violoncello), con altri o da solo?
«Il concerto di Pisa è un po’ l’inizio di un nuovo cammino. Ho già fatto un tour italiano. È finito a maggio: un anno di durata e circa 50 concerti in piccoli e grandi locali lungo tutto lo stivale. È stata una grande esperienza e ringrazio tutte le persone che ho incontrato. La rassegna di cui fa parte questa data pisana ha una forte caratterizzazione acustica e mira a mettere a nudo l’artista per quello che è. Quindi suonerò da solo. Sarà un concerto solista, molto intenso.»

Dalla tua biografia risulta che hai fatto parte di band della scena indie pisana. Ti va di parlarci dei gruppi nei quali hai militato e del genere da loro proposto? Che ricordi hai di quegli anni?
«Mi sono purtroppo perso completamente la fase adolescenziale, diciamo liceale, che ritengo fondamentale per la riuscita di un progetto artistico “di gruppo”. Ho iniziato infatti a suonare in una band decisamente tardi.  C’è una certa differenza, è un po’ quella esistente tra crescere in un condominio oppure in una villetta: nel primo caso è più facile stringere rapporti, crescere insieme…Insomma mi presentai a venti anni alla prima prova del gruppo che, nonostante i diversi cambiamenti di line-up, è stata l’unica band nella quale abbia militato. Negli anni ci siamo chiamati Lunatica, Dimora’n’Lover e poi Serenase Psycho. Eravamo un miscuglio di cose, io molto orientato su Radiohead e Sigur Ros e alle prese con le mie prime deviazioni “cantautorali”, Ivan (batteria) attaccato alla tradizione rock di Rolling Stones e Janis Joplin, e Giuseppe (basso e voce, cantavamo entrambi) molto legato a Marlene Kuntz e CCCP. È la prima volta che mi ritrovo a raccontarlo. Riaffiorano bei ricordi… avevamo un sacco di brani “forti”…è stata dura quando le nostre strade si sono divise.»

Quali sono le band e gli artisti che ti hanno influenzato? C’è stato un disco che dopo averlo ascoltato ti ha “stregato” talmente tanto da convincerti a imbracciare la chitarra e a voler fare il musicista?
«Quel disco c’è stato, e si chiama “What’s the story, morning glory” degli Oasis. Non sapevo suonare nemmeno un accordo di chitarra all’epoca, ma dopo averlo ascoltato me ne sono procurato subito una e un paio di mesi dopo avevo iniziato a scrivere canzoni mie. È stata una bella scintilla. Nel corso degli anni i miei amori più grandi, oltre agli italiani (da Conte a De Gregori) sono stati, sintetizzando, Dire Straits, the Cure e Radiohead.»

Negramaro, Radiohead, Coldplay, Jeff Buckley, sono i nomi che la stampa ha fatto per descrivere la tua musica. Quanto ti onora essere accostato a questi mostri sacri e quanto condividi questi paragoni sgraditi ai musicisti ma utili alla stampa per classificare i gusti degli utenti?
«I paragoni sono utili se usati con intelligenza: aiutano molto il pubblico “non musicalmente educato” a dare una prima classificazione di un genere. Pertanto devono essere presi per quello che sono. I nomi sopra citati sono stati utilizzati, penso, in tutte le loro accezioni possibili, nella maggior parte dei casi in modo positivo e questo non può che farmi piacere. Il paragone con i Radiohead lo sento molto mio, oltretutto non è immediatamente evidente e quindi denota un ascolto attento da parte di chi ha espresso questa opinione. L’accostamento a Jeff Buckley mi ha onestamente un po’ spiazzato, quasi al limite dell’aver peccato, ed è dovuto credo alla ricca dinamica dei miei brani, soprattutto durante le esecuzioni dal vivo. Ovviamente è un gran bel complimento e lo accetto a braccia aperte. I Negramaro, ma forse è meglio dire Giuliano Sangiorgi (il vocalist della band salentina NDR), meritano forse una piccola parentesi visto l’accanimento nell’accostare la mia vocalità a quella del loro cantante. Sono stati una band che con il secondo disco ha toccato l’apice (è un bel lavoro secondo me), per poi perdersi un po’ e finendo per caricaturare più volte il proprio stile, accentuando sempre più la loro natura mainstream e finendo per raccogliere lo sfavore della totalità del pubblico indie italiano. Questo, si sa, ha spesso la tendenza a ragionare per assonanza cadendo più volte in quello che definirei una sorta di “criticismo” radical chic molto pericoloso e dal quale è difficile uscire. I bollini sono sempre esistiti a fanno parte del gioco, bisogna saperli accettare in modo maturo, sapendo che comunque nascondono sempre un fondo di verità. Detto questo ritengo che ciascuno è libero di fare e dire ciò che vuole.»

In La Terapia dei sogni ho trovato altre affinità, le ritmiche più melodiche “a la” Pearl Jam, cadenze folk, tracce “prog” (nel senso tecnico del termine: le canzoni sono “piene” di cambi di ritmo e di registro, i classici 4/4 scarseggiano). Insomma pare proprio che la tua proposta musicale sia piuttosto lontana dal rock-pop mainstream proposto attualmente dai personaggi e dai gruppi ai quali ti hanno accostato? Sei d’accordo?
«È vero, non potendo l’uomo pensare a niente che in qualche forma non conosca già, è naturale, a un primo approccio, cercare di catalogare quello che si ha davanti piuttosto che guardare al prodotto nel suo insieme. Mi sono confrontato molto con Paolo Messere (di Redbirds, la mia etichetta) e Alessandro Favilli (Promorama, il mio ufficio stampa) quando è stata decisa la tracklist del disco. La scaletta proposta è variegata e rispecchia la decisione di raccontare un percorso personale durato svariati anni piuttosto che inquadrare un preciso momento artistico. Alle cose da te citate aggiungerei anche una sottile vena classica che di fondo è presente un po’ ovunque e che rappresenta il filo conduttore di questo lavoro.»

La canzone cantata in francese, la splendida Des Larmes Et Leurs Cendres è da considerarsi un caso isolato o è un “esperimento” che proporrai in futuro?
«Des Larmes Et Leurs Cendres è per prima cosa un bellissimo testo tratto da una poesia scritta da Melò, una mia amica francese. Dopo la prima lettura è diventato nel giro di meno di due ore un mio brano, fra i più intensi che abbia mai scritto. Non ritengo si tratti di un caso isolato, ma non voglio nemmeno che il cantato in francese diventi una sorta di cosa che il pubblico si aspetta da me. Questa lingua, come l’italiano, è molto complessa e come tale merita una ricerca lessicale attenta che richiede tempo e grande naturalezza.»

Qual è il tuo processo creativo? Lasci che tutto fluisca in modo naturale e cogli l’ispirazione dove o quando capita (magari appuntandoti dei versi sul tovagliolo di carta mentre sei al ristorante) oppure memorizzi tutto e lo riordini quando sei in studio o segui un metodo ancora più
rigoroso?
«Nella maggior parte dei casi l’approccio è casuale. Mi sono ritrovato a scrivere pezzi in ogni condizione possibile, ma al ristorante onestamente no, ho il massimo rispetto verso il cibo. È vero però che non penso mai a una melodia vocale senza avere uno strumento sotto mano. A un primo approccio, sebbene scriva molto, un pezzo nasce sempre come strumentale, per poi, quando è necessario ma non sempre lo è, essere arricchito da una parte vocale. Mi piace anche sfatare la moda del comporre da soli al buio e in silenzio. Fa molto cantautore dannato da spiaggia, può succedere, ha il suo perché, ma è una situazione come un’altra. È invece difficile che scriva quando sono felice..mediamente ho di meglio da fare.»

Stai già lavorando al prossimo album? Che piani ha Andrea Carboni per il futuro?
«Nei prossimi mesi usciranno tre video live, realizzati con la collaborazione del regista pisano Davide Abate, che segnano la chiusura di questo tratto di cammino iniziato a febbraio 2010 con l’uscita del mio primo disco La Terapia Dei Sogni. Il primo di questi è “Tiritera Dell’Amore Di Un Minuto” ed è già disponibile in rete (su www.andreacarboni.it NDR). Il nuovo disco invece è già tutto nella mia testa, cosa che non vuol dire che le cose non possano cambiare nei prossimi mesi. Ho le idee abbastanza chiare riguardo alla tracklist, molto meno chiara è invece la piega che darò agli arrangiamenti. Sto pensando a varie cose in questo periodo (all’inserimento di una sezione di fiati per esempio) che sicuramente sperimenterò durante l’estate. L’obiettivo è arrivare a settembre/ottobre in studio con le idee chiare al 90%.  Allo stesso tempo sto lavorando a una rivisitazione di un brano degli Scisma (“Golf”) per un disco-tributo che uscirà nei prossimi mesi.»

Andrea Carboni suona al Leocaffè venerdì 17 giugno alle ore 20:30. Il prezzo del biglietto è 3 euro (7 euro per quello che include l’ingresso al concerto e l’apericena.

Leocaffè presso la Stazione Leopolda
Piazza Guerrazzi, angolo via Francesco da Buti

Andrea Carboni
www.andreacarboni.it
www.facebook.com/andreacarbonimusica
www.myspace.com/andreacarbonimusica

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